Agorà_Scuola del Sociale - 2009 - 2013 - Un bilancio

Zygmunt Bauman
Sociologo, professore emerito, Leeds University

Quali sono i problemi sociali oggi?1

Zigmunt_Bauman

Mi capita di citare spesso una frase di Cornelius Castoriadis: “Ciò che non va nella società in cui viviamo è che ha smesso di mettersi in discussione”. Recentemente ho riflettuto su quanto l’accusa di Castoriadis riesca a cogliere ciò che c’è di sbagliato nella società in cui viviamo. Sembra che abbiamo raggiunto l’estremo opposto: nulla è esente da dubbi e critiche, nessuna istituzione pare svolgere il proprio compito in modo appropriato, ogni organismo politico è sospettato di corruzione o indolenza, deriso o del tutto ignorato. Viviamo infatti in un tempo di vuoto (simile all’“interregnum” dell’antica Roma), che Antonio Gramsci definiva “ad interim”, un periodo impossibile da sostenere a lungo, durante il quale i vecchi modi con cui facevamo andare avanti le cose non funzionano più e risultano inefficaci, mentre non sono stati ancora inventati, e tantomeno messi in pratica, nuovi, efficaci strumenti. Di sicuro, viviamo in un periodo di cambiamento, che però non possiamo definire di transizione, perché “transizione” significa un passaggio da un “qui” a un “lì”, e sebbene conosciamo piuttosto bene il “qui” da cui cerchiamo di fuggire, non abbiamo alcuna idea del “lì” dove vorremmo arrivare, senza considerare quel “lì” a cui potremmo essere condotti contra la nostra volontà a causa di azioni sbagliate o dell’inazione. Stiamo brancolando nel buio. Il nostro comportamento mi fa venire in mente la risposta di Diogene a chi gli domandava perché alla vigilia dell’invasione dei Persiani continuasse a rotolare il suo barile (quello che usava come casa): “Vedo i mie concittadini affilare le spade, barricare le finestre, serrare le porte, così ho deciso di fare qualcosa anch’io…”. Per arrestare l’imminente catastrofe economica e politica, non stiamo facendo nulla di più efficace di quanto non fosse barricare le finestre o rotolare il barile per arrestare l’avanzata dell’esercito persiano.

Definire quali fossero i “problemi sociali” su cui intervenire poteva essere un compito difficile ma praticabile al tempo in cui i nostri antenati discutevano sì sul cosa ci fosse da fare, ma erano piuttosto sicuri di chi lo avrebbe fatto, ovviamente lo Stato, un’istituzione potente, dotata di tutto ciò che occorresse per farlo: il potere (il che significa la capacità di fare le cose) e la politica (la capacità di decidere quali cose vadano fatte e quali evitate). Oggi invece tutti i poteri che determinano la nostra condizione - come la finanza, gli investimenti di capitale, il commercio, il traffico di armi, le mafie criminali, gli speculatori - sono di natura globale, ovvero extraterritoriale, molto al di là della portata di tutti gli organismi politici esistenti; allo stesso tempo, la politica rimane ostinatamente locale, confinata al territorio di un singolo Stato. Lottiamo tra dei poteri disancorati dalla supervisione politica e una politica essiccata della sua linfa di potere. Oggi dunque la grande domanda, una domanda vitale, è “chi lo farà”, nel caso dovessimo decidere ciò che c’è da fare. Non c’è da meravigliarsi dunque che l’identificazione dei problemi sociali e la scelta, tra questi, di quelli prioritari, appaia a molti uno sforzo ugualmente inutile, non più efficace di quanto facesse Diogene rotolando il barile. Il fatto non è tanto che la nostra società ha smesso di mettersi in questione, quanto, piuttosto, che non c’è società che sia capace allo stesso tempo di porre delle domande e di individuare il giusto destinatario a cui indirizzarle. Non deve stupire che oggi la politica venga “liquefatta” nei diffusi, confusi e disorientati movimenti degli indignati o nelle azioni di “Occupy Wall Street”.

Cento anni fa, Rosa Luxemburg ha compreso il segreto dell’inquietante abilità del capitalismo - simile all’Araba fenice - di risorgere, ripetutamente, dalle ceneri; una capacità che si lascia dietro una traccia di devastazione: la storia del capitalismo è segnata dalle tombe degli organismi viventi la cui linfa vitale è stata succhiata fino all’esaurimento. La Luxemburg confinava però la gamma degli organismi, allineati per le imminenti visite del parassita, alle “economie pre-capitalistiche”, il cui numero era limitato e progressivamente in diminuzione a causa dell’impatto della continua espansione imperialista. Nel corso di ogni visita successiva, un’altra delle rimanenti “terre vergini” veniva convertita in un pascolo per lo sfruttamento capitalistico, e quindi diveniva presto inappropriata per i bisogni della riproduzione capitalista. Ragionando su queste linee (un’inclinazione del tutto comprensibile, considerata la natura perlopiù territoriale, estensiva anziché intensiva, laterale anziché verticale dell’espansione che avveniva cento anni fa), la Luxemburg non poteva far altro che anticipare i limiti naturali alla possibile durata del sistema capitalista: una volta che tutte le “terre vergini” del globo siano conquistate e trascinate nel riciclo capitalista, l’assenza di nuove terre per lo sfruttamento preannuncerà e alla fine porterà al collasso del sistema. Il parassita morirà a causa dell’assenza di organismi non ancora sfruttati di cui nutrirsi. Oggi il capitalismo ha già raggiunto una dimensione globale, o perlomeno si è avvicinato molto a farlo, un’impresa che per Rosa Luxemburg rappresentava ancora una prospettiva in qualche modo lontana. Ciò significa che la profezia della Luxemburg si stia per avverare? Non lo credo. Ciò che è accaduto nell’ultimo mezzo secolo o giù di lì, è che il capitalismo ha imparato l’arte, prima sconosciuta, di produrre sempre nuove “terre vergini”, anziché limitare la sua rapacità alla gamma di quelle già esistenti. Questa nuova arte, resa possibile dal passaggio dalla “società dei produttori” alla “società dei consumatori”, e dal passaggio dall’incontro tra capitale e lavoro a quello tra merce e cliente come principale fonte di “valore aggiunto”, profitto e accumulazione, consiste soprattutto nella progressiva mercificazione delle funzioni della vita, nella mediazione del mercato nella successiva soddisfazione dei “bisogni”, e nella sostituzione come volano dell’economia votata al profitto del desiderio al posto del bisogno.

La crisi attuale deriva dall’esaurimento di una “terra vergine” artificialmente creata, quella della “cultura delle carte di credito”, il cui sfruttamento in linea di massima è ora finito, e ai politici è lasciato il compito di ripulire i detriti lasciati dal banchetto dei banchieri; quel compito è stato rimosso dal regno della responsabilità dei banchieri e trasferito nella pattumiera dei “problemi politici”, riformulato tardivamente da questione economica a una questione di “volontà politica” (per citare la cancelliera Merkel). Ma è lecito supporre che negli uffici di pianificazione del capitalismo si stia lavorando duramente per costruire nuove “terre vergini”, terre comunque condannate a un’aspettativa di vita piuttosto limitata, considerata la natura parassitaria del capitalismo. Si potrebbe sospettare che l’Unione Europea, con la sua assurda e suicida discordanza tra una moneta comune e politiche economiche e istituzioni di pianificazione del bilancio tutt’altro che comuni, sia stata selezionata dai capitali liberi di fluttuare come la successiva “terra vergine”; e che sia destinata a essere privata della sua linfa vitale, privata di potere e capacità, mentre si lasciano agli sforzi dei locali - per salvarli o sbarazzarsene - gli avanzi che restano dell’orgia distruttiva degli speculatori sulla moneta e sulle finanze.

Bianco_e_nero

Le conseguenze, gli effetti imprevisti e collaterali della transizione sono numerosi e profondi. Direi innanzitutto che in una società di produttori i profitti venivano generati dall’incontro tra il capitale e il lavoro, e in un certo senso il capitalismo era un fattore di risentimento collettivo e di resistenza degli sfruttati. Nella società dei produttori, i profitti vengono generati invece dall’incontro tra la merce e il cliente; si tratta di un evento eminentemente solitario, che rende l’economia consumistica un’industria che promuove l’interesse personale piuttosto che la solidarietà e l’unione (una tendenza, sia detto per inciso, che si riflette nello spostamento dalle tasse, considerate uno dei primi doveri del cittadino, alle imposte sull’Iva, ovvero una tassa sulle spese). Inoltre, formati socialmente in primo luogo come consumatori e solo in secondo luogo come produttori, siamo addestrati a modellare le relazioni interumane sul modello della relazione del consumatore con i beni di consumo. Ciò conduce inevitabilmente alla fragilità e alla temporaneità dei legami interumani e alla crescita dello spaventoso spettro della solitudine e dell’esclusione, che non tormenta più solo le vite dei “lavoratori sfruttati” (il “precariato” così prodotto è un fenomeno molto più ampio di quanto non sia mai stato il “proletariato”. Gli “occupanti di Wall Street” possono essere nel giusto quando si rappresentano come il 99% degli americani che soffrono la rapacità di un vorace 1%). Inoltre, per raggiungere il rango di consumatori, ognuno di noi deve trattare se stesso o se stessa come una merce vendibile: come tutte le altre merci di mercato, dobbiamo “creare domanda per noi stessi”, pubblicizzando i nostri meriti in una continua rivalità con altri che fanno le stesse cose che facciamo noi e che cercano di “superarci”, il che intensifica ulteriormente la continua frammentazione e atomizzazione della società e pone ostacoli sulla strada di un’azione collettiva. Per finire, segue la fascinazione per il Pil (che misura soprattutto le attività di consumo): la società dei consumatori non conosce altro modo per “risolvere i problemi” e più in generale per affrontare i problemi sociali che incoraggiare la “crescita economica”, ingrandendo all’infinito la pagnotta da affettare piuttosto che dividerla giudiziosamente ed equamente. Uno degli effetti è l’enorme pressione esercitata sulla sostenibilità del pianeta. Un altro è la marginalizzazione di tutti i bisogni e le capacità umane che si riferiscono al “fare nonprofit”, che resistono alla mercificazione o su cui non vale la pena capitalizzare. Insomma, in una società di consumatori, tendiamo a privatizzare i profitti e a nazionalizzare le perdite.

I crescenti livelli di opulenza si traducono in crescenti livelli di consumo; dopotutto, l’arricchimento è un valore che merita di essere ambito fino a quando aiuta a migliorare la qualità della vita, mentre il significato di “rendere la vita migliore”, o anche solo renderla in qualche modo meno insoddisfacente, significa “consuma di più”, nel dialetto della congregazione planetaria della Chiesa della Crescita Economica. Per la fede di questa Chiesta fondamentalista, tutte le strade verso la redenzione, la salvazione, la grazia divina e secolare, la felicità immeditata ed eterna, passano attraverso i negozi. E quanto più affollati sono gli scaffali dei negozi in attesa dei cercatori di felicità, tanto più vuota è la Terra, l’unico contenitore/fornitore di risorse – materiali grezzi ed energia - di cui c’è bisogno per riempire i negozi: una verità che viene reiterata e confermata un giorno sì e anche l’altro dalla scienza, e che tuttavia viene ripetutamente sottostimata.

Tuttavia, nel libro di Elinor Ostrom Governare i beni collettivi (ed. italiana Marsilio 2005, ndr) possiamo leggere che la convinzione strenuamente diffusa che la gente sia incline per natura ad agire secondo il profitto di breve termine e a seguire il principio “ognun per sé e dio per tutti” non riflette lo stato delle cose. Dai suoi studi sulle attività economiche di piccola scala, localmente attive, la Ostrom trae infatti una conclusione piuttosto diversa: “la gente che vive in comunità” tende ad assumere decisioni che non “sono orientate soltanto al profitto”. In una conversazione che ha avuto con Fran Korten lo scorso marzo, si è riferita a un’onesta e sincera comunicazione intra-comunitaria, al rispetto di pascoli comuni e aperti, e ad altri stratagemmi che virtualmente non consumano energia e non sono viziati dallo spreco come a risposte umane piuttosto verosimili, quasi istintive alle sfide della vita. Nessuna di queste risposte è particolarmente favorevole alla crescita economica, ma sono tutte volte alla sostenibilità del pianeta e dei suoi abitanti. E’ dunque arrivato il tempo di chiedersi: queste forme di vita in comune, conosciute dalla maggior parte di noi attraverso i resoconti etnografici inviati dalle rimanenti vestigia degli “antichi tempi perduti”, sono cose che appartengono irrimediabilmente al passato? O, forse, sta per emergere la verità di una visione alternativa della storia (e dunque anche di un’interpretazione alternativa del progresso): il fatto che, anziché una corsa in avanti, una corsa irreversibile e che non prevede ritirate, rincorrere la felicità attraverso i negozi era/è/dimostrerà di essere solo una deviazione eccezionale, intrinsecamente e inevitabilmente temporanea? Come si dice, la giuria non si è ancora espressa. Ma è tempo che emetta un verdetto. Più a lungo indugia, più è verosimile che sarà costretta a uscire di corsa dalla sala di consiglio. Per mancanza di cibo.


1 Questo testo è una versione rielaborata della lezione tenuta dall’autore - su invito di Agorà_Scuola del Sociale - il 29 ottobre 2011 nell’ambito della terza edizione del Salone dell’editoria sociale. La lezione integrale di Bauman e la discussione da cui è nata sono state pubblicate in modo integrale nel numero 8/2011 della rivista “MicroMega” - che ringraziamo - con il titolo “Zygmunt Bauman in conversazione con Giuliano Battiston. Lo spettro dell’indignazione”.