Agorà_Scuola del Sociale - 2009 - 2013 - Un bilancio

Saskia Sassen
Sociologa, Columbia University

Il lavoro sociale dentro la crisi1

Saskia Sassen

Cominciamo con la situazione attuale: viviamo in un capitalismo brutale sempre più dominato da una logica finanziaria che va ben oltre i dati convenzionali dell’accumulazione capitalistica. Il risultato è un’enorme frattura fra i settori che producono profitti da un lato, e dall’altro la gigantesca domanda di abitazioni, cibo, cure mediche, spazi verdi, e molto altro ancora. Si tratta di una domanda che non viene soddisfatta e che in questo modello economico non si traduce in una quantificabile domanda di mercato. È dunque un tipo di capitalismo incapace di sviluppare mercati che soddisfino la domanda di beni e servizi di cui c’è bisogno. Se lo facesse, consentirebbe di produrre centinaia di milioni di posti di lavoro, espandendo così i consumi. Il capitalismo contemporaneo è invece dominato da una logica che si discosta dalla reale attività economica e che dirotta un numero sempre maggiore di risorse verso il sistema finanziario. Un sistema che non è gestito per fare semplici profitti, ma super-profitti.

Qui mi limito a parlare solo di alcuni aspetti dell’economia, e in particolare di come possiamo cominciare a rendere nostra l’economia, a farla nostra. Mi concentro sugli Stati Uniti soprattutto perché si tratta di un caso estremo, dove dunque tutto si vede più chiaramente che altrove ed è più facile da comprendere. Gli Stati Uniti sono un Paese il cui progetto di base passa storicamente per l’incardinamento del mercato e dei mezzi di produzione nella proprietà privata. Il capitalismo statunitense, ma questo vale anche per molte altre realtà nazionali, ha però perso la capacità di trasformare in fonte di profitto ciò di cui la gente ha bisogno. Di conseguenza, ci sono tantissime persone che non riescono a entrare nel circuito economico o che ne vengono espulse. Si tratta di una logica negativa, questo va da sé, ma che può costituire un’opportunità per sviluppare un’economia alternativa che, al contrario di quella corrente, sia in grado di fornire beni e servizi per persone e luoghi oggi abbandonati a se stessi. Affinché ciò avvenga, è essenziale che la nostra economia si sposti verso una condizione multicentrica e meglio distribuita. Una volta acquisita questa “multicentricità” occorre fare un passo successivo, nell’ambito di un percorso che comincia con il capitalismo brutale dei nostri tempi e che poi si dirige verso un nuovo socialismo.

Qui, però, mi limito a parlare solo della prima fase, quella che dovrebbe dare origine a un meccanismo capace di mobilitare uomini e donne intorno a una serie di tematiche, dal disastro ambientale alla ridefinizione delle forme della politica e della democrazia. La mia è solo una visione parziale, che richiede ulteriori interventi e mobilitazioni. Negli Stati Uniti, al livello dell’opinione pubblica, è più facile convincere la gente a partire da questioni pratiche, da questioni che possono condurre a un’economia più socializzata, piuttosto che dire “dobbiamo combattere per il socialismo”, anche se di fatto è questo che ho in mente. In altri termini, è più facile ottenere una risposta positiva alla proposte di cambiamento se chi le propone le accompagna con progetti che risolvano problemi concreti come l’eliminazione di malattie che colpiscono milioni di persone, o che tendano a produrre abbastanza cibo per soddisfare i bisogni alimentari di tutti. Negli Stati Uniti tutto questo è molto più efficace che non gridare: “Abbasso l’agrobusiness e le industrie farmaceutiche”. Sarebbero proposte ancor più convincenti se spiegassimo che “se non eliminiamo quelle malattie e quelle carenze alimentare, gli effetti colpiranno tutti come un boomerang”.

Su questo, c’è molto da fare: dobbiamo produrre abitazioni e cure mediche, realizzare nuovi parchi e sviluppare l’agricoltura urbana, ripulire le acque, costruire edifici che siano a emissioni zero. E la lista potrebbe continuare a lungo. Fare tutto questo assorbirebbe la disoccupazione esistente e costringerebbe a modificare il modo di funzionare delle imprese, migliorando anche le condizioni dei lavoratori. Chi possiede una specializzazione avrebbe un ruolo centrale; chi non ce l’ha potrebbe acquisirla. In breve, saremmo tutti occupati: la maggior parte sarebbe pagata, ma verrebbero coinvolti anche quelli che non hanno bisogno di soldi ma cercano solo di dare un senso “morale” alla propria vita. In questo modo, l’impronta economica di una nazione si espanderebbe enormemente, soprattutto a favore delle persone svantaggiate: queste attività economiche invaderebbero, alla lettera, i luoghi più negletti ed emarginati, dalle cittadine che ovunque si vanno spopolando ai ghetti delle metropoli fino agli spazi abbandonati dove vivono i senzatetto. E riuscirebbero a penetrare in quegli spazi - centri commerciali, grattacieli direzionali, ma anche miniere e fabbriche inquinanti - attualmente piantonati da guardie private e comunque chiusi all’esterno. Il carattere diffuso di questa esperienza potrebbe cominciare a farci pensare che non abbiamo più a che fare con “la” economia, ma con la “nostra” economia. Si svilupperebbe così un nuovo senso di collettività e di partecipazione, che a sua volta potrebbe generare un senso maggiore di sicurezza esistenziale e la consapevolezza che non si è soli davanti al mercato. Tutto ciò coinvolgerebbe anche chi è refrattario alla nozione di solidarietà di classe. La prima ragione per cui è necessario avviare questo progetto a lungo termine risiede nel fatto che oggi è più realistico realizzarlo di quanto non sia stato negli ultimi cinquant’anni. A conferma di questo nuovo “realismo” basta ricordare che oggi il governo americano è disposto a pompare denaro nell’economia. Peccato, però, che finora lo abbia fatto per salvare le “banche zombie”.

Una seconda questione importante è spostare il denaro verso quegli ambiti lavorativi che oggi cadono al di fuori delle logiche dominanti di profitto. In un’economia capitalistica il governo deve effettivamente creare canali che consentano di utilizzare il denaro dei contribuenti per quelle necessità reali alle quali non si può rispondere attraverso i meccanismi di mercato. La crisi finanziaria e la crisi ambientale inconsapevolmente hanno cooperato nel creare un’opportunità per i governi di intervenire nell’economia. La riparazione e lo sviluppo delle infrastrutture, insieme alla “eco compatibilità” della nostra economia sono diventati due meccanismi chiave per convogliare il denaro verso migliaia di località finora rimaste ai margini dei flussi economici, o a piccole e medie imprese. Simili opere richiedono la partecipazione di una vasta gamma di settori economici, creando così un effetto moltiplicatore potenzialmente significativo anche per i settori non direttamente impegnati da tali attività.

Pubblico

Ecco un esempio di quello che si potrebbe fare con alcuni miliardi di dollari, e cioè assai meno rispetto alle migliaia di miliardi di dollari che i nostri governi ora trasferiscono alle banche. Nel caso degli Stati Uniti, la “American Society of Civil Engineers” ha stimato che nelle infrastrutture statunitensi dovrebbe essere investita una media di trecento miliardi l’anno per i prossimi cinque anni. Una cifra ben minore rispetto agli 8.000 miliardi dei contribuenti versati alle banche dal governo e che tra l’altro testimonia la cattiva qualità delle infrastrutture americane. Si tratta naturalmente di un solo esempio, che può variare a seconda dei Paesi, ma che mette in evidenza come il denaro elargito alle banche superi perfino di venti volte quello che dovrebbe essere destinato a opere socialmente necessarie. Sarebbe fondamentale per tutto questo che le infrastrutture fossero costruite in maniera ecologicamente sostenibile. La sostenibilità ambientale è ormai un meccanismo consueto per trasferire denaro dai governi all’economia. Pensiamo ad esempio alla scelta di incrementare l’uso di energia solare: è evidente che dovremo produrre e installare milioni di pannelli solari e che così facendo useremo in modo capillare tipi molto diversi di lavoro. Allo stesso modo, una prevenzione sostenibile delle inondazioni farebbe sì che aree coperte dal cemento ritornerebbero al loro stato originale di terre umide. Questo a sua volta comporterebbe che terre umide oggi sul punto di morire verrebbero riportate in vita (penso alle wetlands della zona di New Orleans, attraversate da oleodotti, che hanno messo a gravissimo rischio anche le wetlands che regolavano i livelli delle acque del Mississippi). La ricostruzione e la “riparazione” delle zone umide è un lavoro duro e impegnativo che richiede una manodopera molto diversa rispetto, per esempio, a quello della costruzione di un argine. L’adeguamento delle abitazioni alle norme termiche è un buon esempio di un’iniziativa che coinvolge famiglie e aziende locali, con l’ulteriore effetto di mobilitare le persone in un’azione comune. Ad Austin, in Texas, un simile programma per alloggi a basso reddito ha concesso sovvenzioni alle famiglie a patto che il lavoro venisse affidato alle imprese locali. In questo modo c’è stato un forte risparmio, si sono creati posti di lavoro e c’è stato un sostegno alle imprese locali, oltre al salutare effetto collaterale di un aumento del verde cittadino.

Un ultimo elemento da affrontare è quello relativo alle modalità attraverso le quali possiamo cominciare a rendere nostra quella che oggi è la funzione delle banche nell’economia capitalistica. Io distinguo tra la finanza e il sistema bancario. Per semplificare, il sistema bancario equivale a vendere i soldi che hai, mentre nella finanza si vendono soldi che non hai. Abbiamo bisogno di un sistema bancario diffuso al livello locale. La maggior parte delle esigenze delle famiglie, delle imprese, dei fondi pensione e delle amministrazioni locali possono essere soddisfatte attraverso banche di piccole dimensioni. Costruire una diga (che in genere non è comunque una buona idea!) o una nuova acciaieria richiede una notevole quantità di denaro che in un’economia capitalistica può essere finanziato solo dal governo o da un gruppo di grandi banche. Ma la maggior parte delle piccole imprese, delle famiglie e degli enti locali possono ottenere i prestiti di cui hanno bisogno da banche di piccole dimensioni. Sappiamo che le banche di piccole dimensioni tendono a puntare sull’economia locale e ad avere come clienti le piccole e medie imprese e le famiglie a basso e medio reddito, in parte anche perché conoscono la situazione locale e possono meglio valutare la solidità finanziaria di coloro che chiedono un prestito. Ma con la “deregulation” degli anni Ottanta le grandi banche hanno guadagnato la principale quota di mercato anche in questi settori. Inoltre, rispetto a quanto avviene con le grandi banche, i fondi pensione dei lavoratori hanno maggiori probabilità di controllare il modo in cui la banca gestisce i fondi, garantendo migliori investimenti per i lavoratori. Negli Stati Uniti ci sono più di 7.000 banche di piccole dimensioni, con meno di un miliardo di capitalizzazione. E metà di queste banche ha meno di mezzo milione, una cifra modestissima nell’attuale contesto. Queste banche hanno bisogno di piccole imprese e di famiglie a basso-medio reddito. È un rapporto strutturalmente molto diverso rispetto a quello delle grandi banche, capace di rafforzare ulteriormente l’articolazione strutturale che questi istituti bancari hanno con la località dove hanno sede. Anche i proprietari della banca, per quanto avidi e per nulla interessati al benessere della loro comunità, sono strutturalmente dipendenti da quella stessa comunità. Questa è la chiave del discorso.

Il mio punto di vista, pragmatico più che utopico, riconosce dunque in questo sistema diffuso di piccole banche una piattaforma potenziale per un capitalismo meglio distribuito. Sì, certo, rimane comunque una forma di capitalismo. Ma si tratta di un capitalismo che comincia a muoversi in un’altra direzione. Se ci mobilitassimo intorno a questi problemi, cominceremmo ad avere un diretto coinvolgimento individuale e collettivo almeno con una parte del sistema bancario. Cominceremmo a costruire il ruolo delle banche, anziché limitarci a concedere alle grandi banche i nostri conti bancari e le nostre carte di credito aziendali.


1 Questo testo è una versione rielaborata della lezione tenuta dall’autrice nell’ambito del convegno “Oltre la crisi. Quale economia, quale società”, organizzato dal 26 al 28 marzo 2012 da Agorà_Scuola del Sociale e dall’Assessorato alle Politiche del Lavoro e della Formazione della Provincia di Roma.