Agorà_Scuola del Sociale - 2009 - 2013 - Un bilancio

Carlo De Angelis
Presidente Coordinamento nazionale comunità d’accoglienza (Cnca), Lazio

Per un nuovo welfare1

La crisi globale di questo modello di sviluppo ha prodotto un complessivo processo di impoverimento delle persone e dei territori. C’è il rischio fondato che una progressiva e maggiore quantità di bambine e bambini, giovani, donne e uomini, anziani siano privati dei servizi essenziali (servizi sociali, assistenza, difesa della salute, istruzione, casa, lavoro, pensione) e si vedano cadere inesorabilmente nel baratro dell’indigenza e della povertà, nell’abbandono da parte delle istituzioni e della comunità di appartenenza. Vi è una necessità ineludibile di investire risorse negli ammortizzatori sociali, nel sostegno al reddito e di sostenere l’occupazione per non rendere socialmente insostenibili i processi di impoverimento della classe media sommati all’esclusione sociale delle sempre più estese fasce di povertà assoluta delle famiglie. Un qualsiasi ragionamento sul sistema di welfare non può prescindere da questa dinamica socio-economica e dai problemi di democrazia e di sostenibilità dello sviluppo che pone. Se si pensa allo sviluppo sociale come sistema puramente consumistico ed economicistico, fondato solo sui Pil e la sua crescita, la qualità della vita dei cittadini e il sistema di welfare di comunità che la determina diventano una variabile dipendente a cui pensare solo quando c’è un residuo di risorse/ricchezza da spendere. Abbiamo così “Politiche sociali deboli per i deboli e solo in condizioni di crescita economica”.

Lo stesso Progetto strategico della Provincia di Roma ci dice che “serve un cambiamento nella composizione strutturale dell’economia, tale da garantire, attraverso nuovi modelli di consumo e produzione, un nuovo sviluppo economico legato all’innovazione e alla green economy, la salvaguardia della piena efficienza dei servizi ecosistemici, la conservazione del territorio inteso come bene primario da custodire rispetto alla progressiva e devastante urbanizzazione, la promozione di un nuovo rapporto tra multifunzionalità del sistema agricolo e qualità ambientale, il sostegno delle relazioni tra diverse culture al fine di ridurre le disuguaglianze e favorire l’integrazione e la coesione sociale e territoriale. La doppia crisi ha fatto emergere che economia ed ambiente sono due sistemi strutturalmente legati. Conseguenza di questa affermazione è la necessità di assumere il principio della sostenibilità come nuova razionalità per impostare le relazioni economiche e l’organizzazione della società. E’ un cambiamento di visione che comporta la sostituzione del modello economico dell’espansione quantitativa con quello del miglioramento qualitativo, ovvero il passaggio dall’obiettivo della crescita a quello dello sviluppo. Occorre superare un modello che separa la progettazione degli interventi per la crescita economica da quelli per la tutela delle condizioni di vita, ponendoli in relazione compensativa (trade off tra crescita e protezione sociale), e privilegiare l’investimento nelle capacità delle persone, tanto più che si è dimostrata falsa la teoria che associa lo sviluppo alla presenza di èlite economiche e sociali, ed al contrario vera la teoria che vede nella riduzione delle diseguaglianze un fattore di promozione e di spinta dello sviluppo. L’obiettivo è di costruire un sistema che favorisca la buona occupazione e restituisca centralità al cittadino, che sia capace di sostenere l’utente in un percorso di attivazione personale e protagonismo nelle scelte superando logiche meramente assistenzialiste, senza però privarlo delle necessarie misure di sostegno nei momenti di difficoltà. Occorre una politica che, mentre tutela e promuove i diritti, garantisca alle persone gli strumenti per realizzare il proprio progetto di vita”.

De Angelis

Questa visione dello sviluppo ci permette di ribaltare alcuni luoghi comuni e rilanciare una concezione del welfare che vede nelle politiche sociali un nucleo centrale dello sviluppo. Bisogna ritrovare le ragioni di un nuovo pensiero positivo e trasformativo, non possiamo volare bassi, non possiamo pensare di rappresentare semplicemente una gestione migliore dell’esistente. Bisogna poter far sognare e rimettere al centro il valore della politica come capacità autonoma di decisione, che sappia governare gli stessi processi economici. Bisogna superare una visione della politica ridotta ad un pragmatismo senza prospettiva che la sacrifica a un ruolo di gestione amministrativa dell’esistente. Superare il lessico industrialista, riscoprire la centralità della politica sociale strettamente connessa alla sostenibilità ambientale, significa ridare respiro al protagonismo delle persone. Dobbiamo saper dire che siamo contrari a un welfare caritatevole, che utilizza subdolamente la mancanza di risorse per ridurre i diritti e affermare il dono come unica opportunità per uscire dalla povertà e dal disagio. Crediamo nella forza della politica che proprio in questi momenti riesce ad esprimere il coraggio di andare controcorrente. Il coraggio di dire che bisogna investire di più nella spesa sociale per garantire diritti e sviluppo.

Bisogna saper concretizzare la nostra attenzione alla centralità della persona, rilanciarne il protagonismo nonostante le difficoltà e i disagi. Questo significa saper intelligentemente incrociare l’affermazione dei diritti, l’universalità all’assistenza con la necessità di promuovere partecipazione e protagonismo. Questo è possibile sostenendo le forme organizzate della società civile, in primo luogo le associazioni, le cooperative sociali, il volontariato, i comitati, agevolando i processi di diffusione della responsabilità e della partecipazione. Da qui è possibile riaprire una nuova stagione di politiche sociali che sappiano unificare promozione delle persone, quindi interventi sociali, in un quadro di sviluppo di economie sostenibili, ecosostenibili, che abbiamo al centro lo sviluppo locale in una dimensione rispettosa delle vocazioni territoriali. Una visione diversa del protagonismo dei cittadini che non passa attraverso l’espansione dell’istituzione pubblica ma attraverso la realizzazione di un reticolato territoriale di presenze e iniziative sociali, anche imprenditoriali, che esprimono una nuova capacità di funzione pubblica perché danno risposta al disagio e alla povertà, costruiscono sviluppo centrato su relazioni solidali, sulla diffusione di diritti, sulla economia qualificata, etica e sostenibile.

Sostenibilità, sviluppo locale, economia sociale sono i tre pilastri su cui costruire un nuovo modello di sviluppo e di welfare che affermi i diritti sociali universali e che ricostruisca nei territori nuove forme di relazione solidale tra le persone. Ci aspettiamo una totale inversione di tendenza delle priorità politiche: no alle grandi opere, sì ai piani di sviluppo sostenibile locale, condivisi territorialmente, che sappiano rilanciare relazioni solidali e diritti dei cittadini. Pensiamo sia possibile rilanciare una progettualità di lungo respiro in grado di rappresentare un nuovo modello di sviluppo, per questo la battaglia sulla gestione delle risorse diventa strategica, contro gli sprechi, contro le risorse indirizzate a progettualità effimere, senza prospettiva e a vantaggio dei pochi.

Chiediamo alle istituzionali nazionali e regionali di abbandonare la polemica sterile sulle reciproche esclusive o concorrenti competenze per assumere con coerenza e responsabilità, di concerto con le organizzazioni della società civile che svolgono una funzione pubblica, l’opzione della sussidiarietà come criterio di comportamento condiviso e orientato al benessere dei nostri territori. Bisognerà affermare le politiche sociali diffuse sul territorio che riconoscono una volta per sempre la funzione pubblica del terzo settore, la validità di un sistema decentrato che fa perno sulla ramificazione, sulla capillarità dell’intervento, sulla prossimità dell’iniziativa e della presenza, e che trova nella territorialità una delle discriminati di questo modello. Per questo siamo contro l’utilizzo di altri istituti assolutamente distanti da una concezione di sviluppo locale, assolutamente distanti da una gestione partecipativa dei servizi sociali. Se siamo per la promozione e il protagonismo delle persone, se siamo per la coesione sociale e la costruzioni di progetti personali inseriti in contesti territoriali in cui è centrale la realizzazione di nuove relazioni sociali significative tra le persone, allora siamo oggettivamente contro le subdole forme di monetizzazione del disagio (voucher e altro). Dobbiamo riaffermare la centralità di un sistema di servizi integrato e capillare in grado di coinvolgere tutti gli attori sociali presenti sul territorio e disponibili alla costruzione di un sistema di diritti sociali e di assistenza universalistica.

C’è quindi un grande spazio per il volontariato, nella sua funzione originaria di apripista e di sostengo, non certo come sostituto a basso prezzo del lavoro sociale. Bisogna sostenere apertamente e con forza il principio che ogni territorio debba essere dotato di servizi sociali essenziali (non minimi), disponibili per tutte le persone e le famiglie. Per questo motivo occorre sostenere con forza il raggiungimento di uno standard minimo di quota capitaria per l’incremento annuale del Fondo nazionale politiche sociali da trasferire alle Regioni. Una quota capitaria ponderata non solo rispetto al numero degli abitanti, ma anche in ragione delle dinamiche sociali presenti sui territori e delle risorse già assegnate. I livelli essenziali di assistenza sarebbero in questo modo garantiti, salvaguardando l’effettivo esercizio dei diritti di cittadinanza. Ciò determinerebbe, inoltre, maggiore prevenzione dei fenomeni di esclusione sociale nei territori ad alto rischio di emarginazione, una possibile diminuzione della spesa sulle misure di sicurezza (carcere e misure di polizia) promuovendo, invece, una diversa qualità dello sviluppo fondato sulla coesione sociale. Ogni cittadino deve poter contare su una rete di protezione sociale certa e definita (livelli essenziali), a partire da una fonte sicura di risorse economiche (reddito di cittadinanza) - che gli permetta di poter vivere dignitosamente - e dall’accesso universale ai servizi. Chi perde il lavoro deve sapere che viviamo in un Paese che è pronto ad attivare una serie di azioni di tutela che lo salvino dal rischio povertà: vengono normalmente chiamati ammortizzatori sociali e sono necessari soprattutto per chi già oggi lavora in situazione di precarietà occupazionale E’ d’altra parte indispensabile ripristinare una misura europea di reddito di cittadinanza come misura universalistica di contrasto alla povertà e strategia generale di inclusione, e superare gli interventi spot e gli inutili palliativi mediatici come la card sociale, strumento insufficiente, limitato nel tempo.

Andare oltre l’assistenza, che comunque va garantita perché è un diritto, significa affermare il protagonismo di tutti nelle politiche di sviluppo, per questo l’economia sociale, l’impresa sociale, può e deve giocare un ruolo fondamentale nella costruzione di una sviluppo locale sostenibile. Proprio la cooperazione, l’impresa sociale più in generale, potrebbe rappresentare un formidabile volano di sviluppo, poiché meglio di altri è in grado di rappresentare il luogo naturale di costruzione dell’integrazione sociale tra persone con svantaggio o con diversità culturale dentro un contesto fatto di imprenditoria a dimensione territoriale con una ridotta redditività perché con più alta capacità e attenzione all’impiego di risorse umane. Imprese che reinvestono nelle attività e finalizzano l’utile prodotto all’allargamento della base sociale e all’inclusione di nuovi lavoratori svantaggiati. Questa è impresa etica e sociale.


1 Questo testo è una versione rielaborata dell’intervento tenuto dall’autore nell’ambito del convegno “Oltre la crisi. Quale economia, quale società”, organizzato dal 26 al 28 marzo 2012 da Agorà_Scuola del Sociale e dall’Assessorato alle Politiche del Lavoro e della Formazione della Provincia di Roma.